Roberto Binda, Argonauta Magazine

Un rifugio, uno spazio intimo dove rifugiarsi dal caos della metropoli. Un luogo della memoria, dove tornare e riappropriarsi di quello che nella frenesia del vivere quotidiano rischiava di essere smarrito. Cose importanti come la semplicità e la spontaneità, che per quanto in una dimensione individuale ti rendano più vulnerabile, sono elementi fondamentali per arrivare a cogliere l’essenza del proprio percorso umano e musicale. Il quarto album del pianista e compositore di Chicago Rob Clearfield per la Woolgathering Records del bassista e amico Matt Ulery (Argonauta post del 18/09/2016) segna un momento fondamentale per l’evoluzione del suo linguaggio, focalizzato su un approccio alla composizione influenzato dall’esperienza condivisa con il batterista Makaya McCraven ai tempi della registrazione del magnifico doppio album “In the Moment” (International Anthem), incentrato sull’improvvisazione di intere tracce sulle quali successivamente, concentrare l’attenzione solo su singole parti. Un modo nuovo di lavorare che ha permesso a Clearfield una grande libertà, sia in fase di registrazione, sia nel successivo montaggio, utilizzando solo il meglio, senza prestare troppa attenzione al fatto che l’idea migliore arrivasse all’inizio o alla fine, l’importante era trovare il momento giusto per catturarla. Con questo metodo si apre e si chiude il disco, prologo ed epilogo, due facce speculari unite da una medesima intenzione, intima introspezione dai rimandi fortemente impressionisti, dove idealmente Ravel e Debussy animano le dita di Clearfield sulla tastiera fino ad astrarsi nella complessità ritmica di Starchild. L’amore incondizionato per il romanticismo rivive nell’intermezzo n.2 in Bb Minor op.117 di Brahms, meravigliosamente interpretata con uno stile asciutto e rigoroso e nella struggenti Wherever You’re Starting From e Minor, strette in un abbraccio immaginario con i maestri Liszt e Chopin. Major é un ponte gettato tra il vecchio continente e l’America, una strada affascinante che un gigante come Keith Jarrett ha saputo percorrere con unica maestria, ma che anche Rob Clearfield dimostra di conoscere alla perfezione. Giant Steps é omaggio trasfigurato all’inarrivabile John Coltrane, atto d’amore incondizionato verso il maestro, trattato in maniera davvero inconsueta, conservando solo lontani richiami dell’originale. Le dissolvenze di The End e le oniriche visioni di Blues in Canticipano la velata malinconia di Alice prima del già citato Epilogue. “Sto tenendo la pioggia nelle mie mani aperte e sta diventando petali, rubini, zaffiri, possibilità.” Non ci sono parole nella musica di Rob Clearfield, solo questa frase a concludere la pagina interna del CD, perfetta sintesi di come tra le mani, tra le dita del giovane pianista di Chicago si compie ancora una volta l’autentico miracolo della grande musica.

 

A shelter, an intimate space where to escape from the chaos of the metropolis. A place of memory, where to return and regain possession of what in the frenzy of everyday life risked being lost. Important things such as simplicity and spontaneity, which, however much in an individual dimension make you more vulnerable, are fundamental elements for getting to grasp the essence of your human and musical journey. The fourth album of the pianist and composer of Chicago Rob Clearfield for the Woolgathering Records of bassist and friend Matt Ulery (Argonauta post of 18/09/2016) marks a fundamental moment for the evolution of his language, focused on an approach to the influenced composition from the shared experience with the drummer Makaya McCraven at the time of the recording of the magnificent double album “In the Moment” (International Anthem), focused on the improvisation of entire tracks on which subsequently, focus attention only on single parts. A new way of working that allowed Clearfield a great deal of freedom, both during registration and subsequent editing, using only the best, without paying too much attention to the fact that the best idea came at the beginning or end, the It was important to find the right moment to capture it. With this method opens and closes the disc, prologue and epilogue, two mirror faces united by a same intention, intimate introspection with strongly impressionist references, where Ravel and Debussy ideally animate the fingers of Clearfield on the keyboard up to abstract into the rhythmic complexity of Starchild. Unconditional love for romance relives on Intermezzo n.2 in Bb Minor op.117 by Brahms, wonderfully interpreted with a dry and rigorous style and in the poignant Wherever You’re Starting From and Minor, held in an imaginary embrace with masters Liszt and Chopin. Major is a bridge thrown between the old continent and America, a fascinating road that a giant like Keith Jarrett has been able to travel with unique skill, but that also Rob Clearfield proves to know perfectly. Giant Steps is a tribute transfigured to the unattainable John Coltrane, an act of unconditional love towards the master, treated in a very unusual way, keeping only distant references to the original. The fades of The End and the dreamlike visions of Blues in C anticipate Alice’s veiled melancholy before the aforementioned Epilogue. “I am holding rain in my open hands and becoming petals, rubies, sapphires, possibilities.” There are no words in the music of Rob Clearfield, only this sentence to conclude the internal page of the CD, perfect synthesis of how in his hands, between the fingers of the young pianist in Chicago is once again the authentic miracle of great music.

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