Daniele Camerlengo, SUONO

L’innata propensione al divenire cercando o costruendo percorsi affini o parallelamente distanti verso l’interezza madre, la forma genitrice che contamina le vite ed i loro movimenti verso l’infinito ed oltre ciò che esso può rappresentare negli umori densi dell’universo. Il trasporto in questi spazi nuovi e di infinita interazione è l’esperire umano e musicale che il bassista e compositore Scott Petito vuole narrarci attraverso Rainbow Gravity, la sua ultima fatica discografica licenziata dalla Planet Arts Records che prende il titolo dal concetto caro alla fisica quantistica in contrapposizione alla teoria del Big Bang. L’intenzione di Petito è di creare un senso di atemporalità nella sua musica, esaltandone le connessioni intime ed emozionali che si creano durante la performance, avvalendosi di un invincibile ensemble di musicisti tra cui il sassofonista Bob Mintzer, il trombettista Chris Pasin, il chitarrista David Spinozza, i tastieristi Rachel Z, David Sancious e Warren Bernhardt, i batteristi Jack DeJohnette, Peter Erskine, Simon Phillips e Omar Hakim, il vibrafonista Mike Mainieri e il percussionista Bashiri Johnson. Grazie alla loro strabiliante creatività il talentuoso polistrumentista ha scritto ed arrangiato una raccolta di nove composizioni originali mescolando il jazz moderno, l’R & B, il funk e gli stili sudamericani, regalandoci anche una commovente interpretazione di “Lawns” di Carla Bley. Lo spirito che si evince ascoltando lo scorrere compositivo ricorda il periodo storico della fine degli anni ’60 e dei primi anni ’70: gli esperimenti elettrici di Miles Davis in “In a Silent Way” e “Bitches Brew”, l’energia e la complessità ritmica della Mahavishnu Orchestra, di Herbie Hancock, Chick Corea, dei Weather Report e di tanti altri innovatori che con le loro innovazioni hanno influenzato una generazione di musicisti.

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