By SERENA ANTINUCCI, All About Jazz Italia

4 STARS

Sembrerebbe quasi che Brandee Younger abbia preferito ripetitive udienze private con la luna, prima di decidere se liberare il suo ultimo lavoro discografico. Forse, in questi dialoghi confidenziali, la luna le avrà svelato i misteri antichi del mondo, della musica, donandole immagini uniche piene di incanto. A queste è rimasta aggrappata per lunghi sette anni, prima di decidere, anche grazie al produttore e contrabbassista Dezron Douglas, nel 2019, di portare alla luce il suo quarto album Soul Awakening. Dalla luna, magari, la giovane musicista americana, che ha collaborato con Makaya McCravenRavi Coltrane e Lauryn Hill, avrà imparato l’arte della pazienza e dell’imprevedibilità.

Il suo ultimo disco include collaborazioni di lunga durata, con i sassofonisti Stacy Dillard e Chelsea Baratz, o i batteristi E.J. Strickland e Chris Beck, oltre a tanti ospiti, come Antoine Roney e Ravi Coltrane che, insieme agli altri, creano una prospettiva mistica, ricca di emozioni, di elaborazioni sperimentali, rispetto alle quali non possiamo far altro che farci ispirare e lasciarci andare.

Soul Awakening è un viaggio spirituale, una riscoperta del percorso da musicista di Brandee Younger, un colloquio lungo e cadenzato da numerosi accenti, in cui tutti gli strumenti hanno il tempo di abbandonarsi in discorsi privati mai troppo polisillabici, perché prevale il senso di una comunità musicale. I respiri dell’arpa, i suoi interventi talvolta classici, o semplicemente imitativi, non disorientano mai, anzi esaltano quell’atmosfera inusuale, estasiante, colma di meraviglia, che si crea nella conversazione musicale. Un po’ insolito, infatti, per un’arpista, abituata a uno strumento diatonico, lasciare la sicurezza di un’ambientazione orchestrale, il mondo della musica da camera dal quale la Younger proviene, per approdare in un paesaggio sconosciuto, sicuramente più libero, in cui è necessario affidarsi agli altri strumenti, alle sezioni ritmiche che dettano le regole e giocano un ruolo fondamentale, soprattutto nell’improvvisazione. Sicuramente complesso, ma mai quanto l’affascinante risultato.

Già nelle prime note del disco, si conosce la potenza e l’energia dell’arpa della Younger che in “Soulris,” brano d’apertura scritto da Douglas, sostiene con impavido coraggio e riff ascendenti e discendenti la furia della batteria di Chris Beck e la comparsa di Ravi Coltrane, che sprigiona note provvidenziali piene di onde positive. Un’esperienza musicale modale e spirituale, tracciata sin dal principio, che continua anche in “Love’s Prayer,” in cui compare nuovamente Coltrane, questa volta ancor più evocativo. Mantiene le note lunghe come se volesse aggiungere sempre un dettaglio invisibile al suo richiamo, mentre l’arpa si accomoda su un letto pieno di fiori e fragranze orientali, disegnando delicati volteggi. “Linda Lee,” omaggio alla madre di Brandee Younger, ospita un funk fresco, leggero, con ritmi sincopati della batteria di Baratz e fraseggi colorati della tromba di Freddie Hendrix. Con “Respected Destroyer” ci immergiamo invece in un groove esaltante fatto di interazioni fulminee della tromba di Sean Jones e del trombone di Corey Wilcox.

Rispettando le proprie origini Brandee Younger apre la seconda metà del disco, omaggiando le donne che hanno rappresentato nella sua vita punti di riferimento musicali ed esistenziali. Con “Games” e con “Blue Nile,” rende onore rispettivamente a Dorothy Ashby e Alice Coltrane. Il primo, un pezzo R&B in cui si innestano ritmi latini circondati da un’aria bluesy, il secondo, che chiude il disco, dà la voce all’eccitato sax tenore di Antoine Roney, che dirige una partitura jazz luminosa, fatta di assoli elettrizzanti della Younger. Questo senso di profonda meraviglia e di sorpresa inaspettata lo si assapora anche nell’omaggio a Marvin Gaye, in “Save the children,” accompagnato dalla voce di Niia, eterea, raffinata e con tinte malinconiche. La traccia che dà il titolo al disco è un compendio di voci, all’apparenza distanti tra loro, una progressione free in cui ogni strumento, dalle linee ostinate del contrabbasso, alle scomposizioni del sax di Baratz e Dillard, fino ai soffi accennati del flauto di Nicole Camacho, sviluppa un’improvvisazione immaginativa ed emotiva intensa, sensuale.

Ed è nell’interazione con il jazz, con le incursioni funk o R&B, con gli sviluppi contrappuntistici, con un’armonizzazione energica, che l’arpa è capace di aumentare il potenziale di un brano, disorientando la lancetta del tempo, dilatando lo spazio, mentre noi ascoltatori, in una sorta di elevazione trascendentale, chiudiamo gli occhi e siamo lontani. Forse, più vicini finalmente alla luna.

Album della settimana.

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